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L'EVOLUZIONE DEI "PAFS": DALLE "STELLE" ALLE "STALLE" - paolomonzo

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Paolo Monzo

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L'EVOLUZIONE DEI "PAFS": DALLE "STELLE" ALLE "STALLE"

I "PFAS"

ANNI '60 Sebbene le aziende 3M e DuPont, tra i maggiori utilizzatori di pfas, già ne avessero accertato la pericolosità, è solo da pochi anni che se ne è venuti a conoscenza.
Tutto ha origine dalla difficile battaglia dell’avvocato Robert Bilott che ha fatto causa al colosso della chimica DuPont, svelando documenti che coprono oltre 40 anni di storia e rivelano come l’azienda sapesse già dal 1961 delle criticità di quelle sostanze. E, come l’industria del tabacco, hanno insabbiato le prove, nascondendo la verità per quasi mezzo secolo.

Foto: DuPont
Il Dr. Roy J. Plunkett e il suo team, ritratti nel laboratorio di DuPont dove nel 1938 fu scoperto DuPont™ Teflon®. I fluoropolimeri avrebbero rivoluzionato le cucine e i metodi di cottura in milioni di case.

2001 L’Avv Bilott presentò un'azione legale collettiva contro la DuPont per conto dell’allevatore Wilbur Tennant, che aveva visto morire centinaia delle sue mucche, rendendo così di dominio pubblico la pericolosità dei PFAS e ottenendo un accordo di 671 milioni di dollari dalla DuPont per conto di più di 3.500 querelanti in Virginia Occidentale che bevevano anch’essi acqua potabile inquinata. Fu la più grande sanzione civile mai ottenuta negli Stati Uniti in base alle leggi ambientali del periodo.

(sullo sfondo la locandina del film “Cattive acque” (Dark Waters) di Todd Haynes che racconta la storia legale che ha reso i pericoli dei PFAS di dominio pubblico)

2007 In ITALIA il Prof. Michael MacLachlan, firmatario dello studio Perforce, nell’analizzare campioni d’acqua prelevati dalle foci dei 14 principali fiumi europei (tra cui Reno, Danubio, Elba, Oder, Senna, Loira e Po) ha riscontrato la più alta concentrazione di perfluoroottanoato (PFOA) nel fiume Po: 200 ng/L, i due terzi dello scarico totale di PFOA di tutti i fiumi studiati. Quello che emerge è un quadro allarmante per l’Italia, la Pianura Padana risulta infatti la più vasta area a maggior inquinamento da PFAS d’Europa.

MacLachlan, individuerà proprio qui, nella Solvay la principale fonte d’inquinamento.

(Foto: Analisi campioni d’acqua delle foci dei 14 principali fiumi europei, tra cui Reno, Danubio, Elba, Oder, Senna, Loira e Po (MacLachlan, studio Perforce)

2013 Queste prime, clamorose scoperte, aprirono la strada a nuove indagini e approfondimenti: tra il 2011 e 2013, uno studio nato dalla convenzione tra Ministero dell’Ambiente e IRSA–CNR per la valutazione del Rischio Ambientale e Sanitario associato alla contaminazione da sostanze perfluoro-alchiliche (PFAS) nel Bacino del Po e nei principali bacini fluviali italiani (Po e tributari, Adige, Tevere, Arno), bacini con elevate pressioni antropiche (Brenta, Lambro) e le aree di transizione (Laguna di Venezia, Delta del Po).

Così uno studio del CNR-IRSA porta alla luce un grave inquinamento da PFAS in alcune aree del Veneto situate tra le province di Vicenza, Verona e Padova. La provincia di Vicenza è stata la prima a tentare di decontaminare le acque inquinate da pfas. E ci è riuscita grazie ai carboni attivi ricavati dalle noci di cocco. Il problema è la durata: vanno sostituiti ogni mese e il costo è molto elevato. Per eliminarli del tutto c’è bisogno di temperature molto elevate, oltre mille gradi.

(Foto: studio su inquinamento del PO da PFAS della società SOLVEY presso la località SPINETTA MARENGO in PIEMONTE - ALESSANDRIA)

.... ancora IN VENETO In seguito alla contaminazione da PFAS accertata da Arpa Veneto nelle provincie di Padova, Verona e Vicenza, l’Enea (agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile) e ISDE (associazione internazionale dei medici per l’ambiente) hanno condotto sinergicamente uno studio epidemiologico sulla popolazione delle aree colpite. È stato rilevato che, “rispetto ad una popolazione non esposta a PFAS con l’acqua potabile, in entrambi i sessi, un eccesso di mortalità per diabete, malattie cerebrovascolari, infarto del miocardio e Alzheimer, con incrementi percentuali variabili dal 10 al 25% circa” e “un aumento della prevalenza di ipercolesterolemia, malattie alla tiroide, un eccesso significativo di orchiectomie per cancro del testicolo, un eccesso di nati con bassissimo peso alla nascita (<1.000 grammi), di anomalie cromosomiche e di malformazioni a carico soprattutto del sistema nervoso e dell’apparato cardiovascolare”.
Quello in Veneto è uno dei casi più gravi di contaminazione in Europa, con un’estensione di oltre 150 chilometri quadrati e il coinvolgimento di oltre 350 mila persone: non è stata mai realizzata una vera bonifica del sito contaminato.

Nonostante la gravità della situazione, ancora oggi l’inquinamento continua a propagarsi dalla sede di Miteni (in FOTO), visto che non è stata mai realizzata una vera bonifica del sito contaminato.

2018 L’accumulo nella catena alimentare, sia acquatica che terrestre, è stato descritto in modo molto dettagliato in un’opinione scientifica dell’EFSA (Autorità europea per la sicurezza alimentare) del 2018, che indica la presenza delle più alte concentrazioni di PFOS e di PFOA nelle principali categorie alimentari: il pesce, la carne, le uova nel caso del PFOS, il latte, i prodotti derivati dal latte, l’acqua potabile e il pesce nel caso del PFOA.

2019 Uno studio americano che utilizza i dati del National Health and Nutrition Examination Survey, segnala che le sostanze chimiche PFAS sono state rilevate nel sangue del 98% degli americani. E, mentre i livelli ematici possono diminuire nel tempo, i livelli di PFAS “continuano a persistere anche dopo la fine dell’esposizione” accumulandosi nell’organismo, afferma il rapporto. “Alcuni di questi prodotti chimici hanno un’emivita dell’ordine di cinque anni“, ha detto Hoppin. “Se in questo momento hai 10 nanogrammi di PFAS nel tuo corpo, anche senza ulteriore esposizione, tra cinque anni avresti ancora 5 nanogrammi.”

2024 L’esposizione umana ai PFAS è principalmente dovuta all’ingestione di cibo o acqua contaminati. Ormai diversi studi hanno dimostrato che i PFAS presentano per l’uomo effetti tossici: una volta nell’organismo hanno un’emivita piuttosto lunga, andandosi ad accumulare preferibilmente nel sangue e nel fegato e possono provocare epatotossicità, immunotossicità, neurotossicità, alterazioni ormonali nella riproduzione e nello sviluppo.

La ricerca è tutt’ora in corso di accertamenti da parte degli studiosi in tutto il mondo, sebbene siano già evidenti gli effetti dell’esposizione umana ai PFAS, che comprendono cancro renale, cancro testicolare, malattia tiroidea, danni epatici e una serie di effetti sullo sviluppo a carico dei feti.
Di recente, l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC), l’agenzia contro il cancro dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), ha valutato la cancerogenicità dell’acido perfluoroottanoico (PFOA) e dell’acido perfluoroottanosolfonico (PFOS). La sintesi delle valutazioni finali è pubblicata online su The Lancet Oncology, mentre la valutazione dettagliata è pubblicata nel 2024 come volume 135 delle monografie IARC. Dopo una serie di test sugli animali e sull’uomo, ne emerge che il PFOA è cancerogeno per l’uomo (Gruppo 1), mentre il PFOS è probabilmente cancerogeno per l’uomo (Gruppo 2B).
Il recente Decreto acque potabili, li ha finalmente presi in considerazione, limitando la presenza di quelli più pericolosi a massimo 0,1 ug/litro.

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